Gennaro Vitiello

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

“Gennaro Vitiello (1929 – 1985)”

Di Raffaele Capano (del 20/07/2010 @ 19:27:00, in Taccuino, linkato 6439 volte)
Il 22 dicembre 2003, lunedì, a Torre del Greco viene presentato il libro di Gennaro Vitello “Taccuino – Ricordi e note di regia”. Dopo i saluti del Sindaco Valerio Ciavolino, dell’Assessore alla Cultura Cinzia Mirabella e di Antonio De Simone, Presidente della Banca di Credito Popolare, relazionano Luigi Capano, curatore del libro, il prof. Rino Mele, docente di Storia del Teatro all’Università di Salerno, Enzo Salomone, attore, Giuseppe Serra, Capo Ufficio Stampa del Comune, Giulio Baffi, della redazione napoletana de “la Repubblica”, e per ultimo io, che in sintesi ho detto:

Durante un soggiorno a Parigi ho trascorso quasi un’intera giornata alla Sorbonne per assistere alla discussione d’una tesi di laurea. – Detto tra parentesi, alla Sorbonne la discussione di una tesi di laurea dura non meno di 4 ore, mentre quella d’una tesi di dottorato dura non meno del doppio, cioè 8 ore. – La tesi di laurea aveva un titolo che mi era sembrato stravagante: “Il libro e la vita, il libro ed il prolungamento della vita, il libro e l’immortalità”. In realtà, l’argomento trattato era la concezione della morte nelle opere letterarie di scrittori e filosofi francesi contemporanei, in un ventaglio che da Lacan, Sartre e Simone de Beauvoir si apriva fino a comprendere i “nouveaux phlosophes”. Il libro e la vita. Gennaro non so immaginarlo senza un libro. La sua esistenza senza libri è inconcepibile. Alla lettura si dedicò con passione, anzi direi con gusto, fin da quando era ragazzo. Un gusto che affinò col tempo. Fino a rifiutarsi categoricamente di leggere quanto riteneva vuoto, banale, scontato, ripetitivo. Presto si appassionò alla grande letteratura, ai classici della Grecia e a quelli latini, al romanzo dell’Ottocento francese, russo, inglese, per approdare ai grandi scrittori e poeti del Novecento. A quelli contemporanei, come Garcia Lorca, Hemingway, Dos Passos, Kafka, Pavese, Moravia, Calvino, La Capria, Scotellaro, Sartre... Ricordo quando di questo scrittore acquistò fresco di stampa “Il muro”, una raccolta di racconti che lesse d’un fiato e ci fece leggere per poterne parlare con noi, discuterne, spiegarcene le innovazioni linguistiche e di contenuto. E così fece con tanti altri libri. Ne potrei compilare un elenco nutritissimo. Era abbonato alla “Fiera letteraria” diretta dal poeta Vincenzo Cardarelli; leggeva altre riviste, come “Il Mondo” di Pannunzio. Era aggiornatissimo sulle novità letterarie, opere che allora si definivano “engagées”, impegnate, attente cioè ai problemi sociali, ai grandi avvenimenti contemporanei, alla vita dell’uomo nella sua complessità, E mostrava un talento spiccato per l’analisi immediata quasi naturale del testo che leggeva e da cui si faceva fagocitare. Lo stesso talento che ha fatto di lui un regista pronto a cogliere l’essenza, a capire gli snodi narrativi e le modalità interpretative delle opere che dalla pagina scritta si sarebbero poi trasformate in linguaggio parlato, in gestualità, nelle varie espressività teatrali. Il suo teatro non poteva che nascere da un’opera profondamente, peculiarmente letteraria.

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Il libro e il prolungamento della vita. Ho letto recentemente “Una storia d’amore e di tenebra”, un romanzo, tra virgolette, autobiografico di Amoz Oz di poco più di 600 pagine, pubblicato nel settembre scorso dalla Feltrinelli. Amos Oz è uno scrittore israeliano di fama mondiale, I suoi libri sono pubblicati in 28 lingue. È uno dei promotori e dei firmatari, con intellettuali e politici “engagés” israeliani e palestinesi, del famoso piano di pace tra le due etnie firmato il 1° dicembre scorso ( 12 giorni fa) a Ginevra. Ebbene, nel suo ultimo libro che ho letto con grande interesse, un’autobiografia che parte dai bisnonni e abbraccia 120 anni di vita, egli ci confida cosa voleva diventare quando aveva 8 anni e frequentava una classe che corrisponde grosso modo alla nostra terza elementare. Di solito un ragazzo di quell’età sogna di diventare un grande campione sportivo, un eroe, un pilota o forse un pasticciere o qualcosa di simile. Amos Oz a 8 anni desiderava diventare un libro! Non scrivere un libro, ma DIVENTARE UN LIBRO. Amos Oz è nato nel 1939, a 8 anni siamo nel 1947. Mentre da noi in Italia nel 1947 siamo in piena ricostruzione post-bellica, in Palestina si è alla vigilia della creazione dello Stato d’Israele. Amos a 8 anni sa cos’ha alle sue spalle, perché l’ha appreso e l’apprende tutti i giorni dai suoi genitori, dai nonni, dai loro coetanei rifugiatisi in Palestina. Quel ragazzino di 8 anni sa del grande massacro degli ebrei consumatosi in Europa quando lui nasceva, sa della shoà, della deportazione e morte di 6 milioni di ebrei europei. E ora apprende, perché ne parlano gli adulti, che con la creazione dello Stato d’Israele e la partenza dei soldati inglesi dalla Terra Santa gli arabi sono pronti a massacrare tutti gli ebrei – un milione circa – che si sono rifugiati e installati sulle loro terre. E dunque non ha altro desiderio che DIVENTARE UN LIBRO. Per sopravvivere. Molto più di un monumento o di una lapide, di facile distruzione e spesso di significato limitato e retorico, trasformato in un libro lui può prolungare la sua vita di ragazzo, può continuare a vivere per anni, forse per sempre. Sì, anche i libri vengono talvolta distrutti, di solito incendiati da chi non tollera una cultura, un’ideologia diversa. Ma i libri non sono più dei manoscritti o dei dattiloscritti, ogni manoscritto o dattiloscritto una volta stampato da uno che era si trasforma in centinaia, in migliaia di copie. E per quanto grande sia l’incendio del nemico, - come ci insegna la storia anche recente – alcune di queste copie, nascoste chissà dove, dimenticate in qualche parte del mondo, riusciranno comunque a salvarsi. Ed a questo pensava Amos Oz quando a 8 anni voleva diventare un libro. Avrebbe così prolungato la sua vita esattamente come ha fatto l’amore filiale per mio fratello Gennaro. Con l’aiuto in particolar modo di Gigi e Raffaele Capano, dapprima Cordelia e quindi Elisabetta, le figlie di Gennaro Vitello ed Uta Rieger, hanno riportato in vita il loro padre con questo libro che ne raccoglie gli scritti e le foto, non un monumento retorico, ma l’essenza stessa, i pensieri di Gennaro. E questo atto encomiabile di amore filiale merita tutta la mia commossa riconoscenza e un caloroso applauso, cui sono certo vorrete unire anche il vostro. Grazie.

Umberto Vitiello
 
 

Taccuino - Ricordi e note di regia

Di Raffaele Capano (del 23/12/2003 @ 19:33:28, in Taccuino, linkato 873 volte)
Copertina del libroIl titolo Taccuino si riferisce ad una rubrica che l’autore curava sul giornale “La Torre” negli anni ’60.
Questo libro raccoglie, oltre agli articoli pubblicati sul periodico torrese, le presentazioni di molti suoi spettacoli teatrali tratte dalle relative locandine.
Infine un testo inedito di una rappresentazione scenica relativa al riscatto baronale del 1699, svoltasi nel borgo medioevale di Torre del Greco durante la “Festa dei Quattro Altari” del 1979.
Puoi richiederlo direttamente alla redazione di GV.IT al seguente indirizzo e-mail: info@gennarovitiello.it.
Il libro può essere acquistato al seguente link: lulu.com/gennarovitiello
 

Presentazione del Libro Taccuino

Di Raffaele Capano (del 22/12/2003 @ 19:30:06, in Taccuino, linkato 1642 volte)
Copertina del libroTaccuino è stato presentato il 22 dicembre 2003 al Circolo Nautico di Torre del Greco I relatori sono stati:
  • Rino Mele, professore di Storia del Teatro dell'Università di Salerno;
  • Giulio Baffi, della redazione di Repubblica;
  • Enzo Salomone, attore;
  • Giuseppe Sbarra, Capoufficio Stampa del Comune di Torre del Greco;
  • Umberto Vitiello, fratello di Gennaro, docente di lingua e letteratura francese;
  • Luigi Capano, moderatore e curatore del libro, dottore in filosofia
[Galleria fotografica]
[Rassegna stampa]
 

I matusa televisivi

Di Gennaro Vitiello (del 25/10/1967 @ 17:27:39, in Taccuino, linkato 854 volte)
La televisione è una vera macchina creatrice-distruttrice di idoli. Presentatori, cantanti, attori, comici, ballerine che solo qualche anno fa erano sulla bocca di tutti, oggi sono ignorati. Forse, più esattamente, nel ricordo dei telespettatori sono invecchiati. Lo affermo tranquillamente. L’esempio che do può essere chiarificatore.
Da pochi anni, per impegni di lavoro serale, non seguo più, letteralmente, alcuna trasmissione televisiva. Le poche serate libere le dedico al teatro, ai concerti, a qualche buon film e più spesso alla lettura. Mi preme però, nei confronti degli allievi, a scuola, di non assumere atteggiamenti snobistici con: “La Televisione è antintellettuale” e corbellerie di questo tipo. Tento, con loro, di discuterne i problemi. Gli porto esempi per chiarire il mio pensiero e qui incappo nel più banale degli errori. Ai nomi sorelle Kessler, Bongiorno e… via di seguito, sento che si raffreddano, sorridono. Qualcuno quasi sghignazza. Constato così di aver parlato di mummie. Ed eccoli i veri Matusa… Gli stessi G. Morandi, Pavone, per cui solo un tre anni fa loro avevano delirato.
Altri esempi? Li stimo inutili. Servirebbero per allungare il pezzo, facendo la felicità del direttore per un certo spazio libero nella terza pagina. Mi basta un corollario. Lo stesso vocabolo Matusa fra qualche anno sarà Matusa, come già ora, nel tram, al bar, nessuno più oserebbe pronunciare… Pappagone.

Gennaro Vitiello
da La Torre; 25 ottobre 1967
 

Concedere ai bambini qualche ora all'aria aperta

Di Gennaro Vitiello (del 25/10/1967 @ 17:25:29, in Taccuino, linkato 869 volte)
La vacanza in Germania, anche quest’anno. Nessuno spavento. Non ho alcuna intenzione di cianciare sul razionale e l’irrazionale del tedesco. Se ne è scritto e si continuerà a farlo finché viaggiatore amerà valicare le Alpi. Mi preme soltanto una breve postilla: il tedesco, in pace, è uno dei migliori popoli, civile, ordinato, onesto, ospitale. E speriamo che mai più condizione storica e mania di un dittatore lo spingano in guerra.
Comunque voglio parlare di qualcosa meno impegnativa, che potrebbe interessare.
Resto per circa un mese in una città della Franconia, poco più popolata di Torre del Greco. Una delle cose che più mi colpiscono (sarà che passeggio spesso con la mia figlioletta) è l’enorme numero di spiazzi riservati ai bambini. Vorrei farne un breve accurato “reportage” per “La Torre”. Dovrei informarmi al Rathaus, scattare delle fotografie, ma una triste circostanza familiare mi fa accantonare il progetto. Anche senza potermi documentare, posso dire che nella piccola città di questi Kinderspielplätze ce ne saranno più di una cinquantina, se se ne trova uno ad ogni due o trecento metri, quasi in ogni piazza. Sono ottenuti nella maniera più semplice, anche in spazi minimi e con mezzi quasi economici. Una o due vasche riempite di sabbia, una piccola giostra con quattro sediolini montati su due assi girevoli, che gli stessi bimbi possono far ruotare, qualche scivolo, una scala svedese… in uno spazio circondato da siepi o alberelli, recintato da una staccionata di legno. Un cartello prega i cani di non entrare.
Notando come all’estero ci si preoccupa dei ragazzini viene spontaneo il paragone con quello che non si fa da noi. Eppure appariamo traboccanti d’amore per l’infanzia, per come li sappiamo coccolare. Però. Li lasciamo quasi tutto il giorno chiusi in casa. Giocano in stanze senza aria, su terrazzini-gabbia; per ore si appiccicano al televisore. Quelli, poi, che sono costretti alla libertà della strada rischiano continuamente il pericolo della marea crescente delle auto.
Se a Torre del Greco si volesse, non si riuscirebbero a trovare tre o quattro piazze in cui riservare una parte dello spazio per concedere ai bambini qualche ora alla aria aperta? Esempio piazza della Repubblica, Largo Comizi, lo spiazzo di fronte alla casa De Nicola a via Tironi, la scarpata della villa Comunale.

Gennaro Vitiello
da La Torre; 25 ottobre 1967
 

I due côtés del partito di maggioranza torrese

Di Gennaro Vitiello (del 25/10/1967 @ 17:22:24, in Taccuino, linkato 909 volte)
Le forze politiche torresi, con la loro recente protesta, hanno dimostrato che anche nel nostro Comune c’è qualche speranza di salvare la Democrazia. Ma l’opinione pubblica? Uscirà mai il cittadino torrese da una condizione politica divenuta ormai paradossale? Ho idea che continui a prevalere una particolare D.C.
Abbiamo un côté dr. C. C. e un côté dr. F. C. Da qui non si scappa. Capita che anche chi come me per convinzioni politico-ideologiche è su posizioni diverse di partito dal partito di maggioranza, talvolta sia portato a seguire, speranzoso, il cammino di una delle due strade. Così nel côté dr. F. C., negli ultimi mesi vedevo con simpatia un buon nutrito gruppo di teste d’uovo. In seguito?
Avrà la forza necessaria questo gruppo di migliorare una situazione politico-morale, uscita scossa dagli ultimi avvenimenti, in cui gli stessi consiglieri comunali sembrano veder poco chiaro, oppure torneremo alla Grande-Amicizia-Che-Lega al Capo?
E prevarrà sempre il costume politico Epoche Elettorali Onorevoli Benedice…?

Gennaro Vitiello
da La Torre; 25 ottobre 1967
 

Federico Garcìa Lorca fu fucilato il 19 agosto 1936

Di Gennaro Vitiello (del 15/11/1966 @ 17:16:29, in Taccuino, linkato 2206 volte)
Su “La Torre” del 13 ottobre il “pezzo” di Massimo Landi “Ballata di un giorno di luglio”. Con sobrio e bel linguaggio giornalistico l’articolista commemora il 30° anniversario della: morte di Federico Garcìa Lorca. Lettera di protesta contro l’articolo da parte del signor Carlo Del Vivo sul numero successivo de “La Torre” e risposta di Massimo Landi. Squallida la lettera e Vogliamoci tutti bene la risposta.
Prima, dell’articolo. Rilevo delle inesattezze che mi preme correggere. Federico Garcìa Lorca non fu fucilato nel luglio 1936, (Vittorio Bodini, nella sua prefazione al Teatro di Lorca del 1952, rifacendosi al The Face of Spain del Brenan, una delle poche biografie del Lorca allora esistenti, commise lo stesso errore) bensì nell’agosto di quel triste anno in cui, con la complicità del fascismo internazionale, il generale Franco iniziò la ribellione contro il legittimo Governo Repubblicano.
Vàsquez Ocaña, M. Monicelli e José Luis Cano, i biografi più recenti del Lorca ci narrano con testimonianze, come l’arresto del poeta sia avvenuto il 18 agosto del 1936 e della fucilazione effettuata la mattina del 19.
Alcuni brani, dal “Dizionario degli Autori Bompiani”: “…venne arrestato il 18 agosto e fucilato a Viznar, un villaggio di montagna a una ventina di chilometri da Granada tra il 19 e il 26 agosto.”
M. Monicelli in “ Federico Garcìa Lorca Vivo” Firenze 1964: “Il 18 agosto, alle cinque del pomeriggio, bussano alla casa dei Rosales… È l’escuadra comandata da Ramon Ruiz Alonso, ex tipografo, deputato della C.E.D.A. Lo strappano al rifugio, lo trascinano davanti a Valdés… Lo portano, appena è notte, alla ex sede falangista di Viznar, un paese a pochi chilometri da Granada. Vi resta poche ore.
Alle tre del mattino lo fanno salire su un camion insieme ad altri due, un barista della Maison Dorée di Granada, un lustrascarpe che a tempo perso strillava il “Mundo obrero”. Con loro fa l’ultimo viaggio verso la morte…”
Da “Garcìa Lorca” di Jose Luis Cano, ediciones Destino Barcellona 1965: “La mattina del 19 agosto, vicino a un oliveto nei dintorni del villaggio di Viznar, il poeta fu fucilato dalle squadre Nere che esercitavano la repressione contro i repubblicani…”.
Ancora un’inesattezza. Questa volta a scapito della personalità del poeta. È vero, come afferma Massimo Landi, che Lorca non militò in alcun partito politico, ma non è affatto esatto che non si sia schierato a favore né dei nazionalisti né dei repubblicani. Fu vicino ai repubblicani invece e s’impegno come scrittore per il progresso della Spagna. Quando fondò la “Barraca” per portare il Teatro agli abitanti delle zone più isolate della provincia iberica, questo suo progetto in incontrò subito l’appoggio deciso della Repubblica per mezzo del ministro della Pubblica Istruzione Fernando de los Rios. Svolse un’intensa attività di conferenziere, invitato dal Comitato per la: Cooperazione Intellettuale curato dalla Repubblica. Ed ecco infine il 1 aprile 1936, in una risposta alla intervista di un giornalista della Voz, come Lorca chiarisce il suo, impegno di uomo e di poeta: “Adesso sto lavorando ad una nuova commedia. Non sarà come le precedenti. È un’opera in cui non posso scrivere nulla neppure una riga, perché si sono slegate e s’incontrano per l’aria la verità e la menzogna, la fame e la poesia. Mi sono sfuggite delle pagine. La verità della commedia è un problema religioso ed economico-sociaie. Il mondo è fermo davanti alla fame che distrugge i popoli. Finché ci sarà squilibrio economico il mondo non penserà. Io l’ho visto. Due uomini camminano lungo la riva di un fiume. Uno è ricco, l’altro è povero, uno ha la pancia piena, l’altro insudicia l’aria con i suoi sbadigli.
Il ricco dice: “Oh, che bella barca si vede sull’acqua! Guardi, guardi il giglio che fiorisce sulla riva.” E il povero prega: “Ho fame. Non vedo nulla. Ho fame, molta fame.”
Naturale. Il giorno in cui sparirà la fame si produrrà nel mondo la più grande esplosione spirituale che mai l’umanità abbia visto”.
Basta questa dichiarazione di fede a farci intendere quanto Lorca fosse su posizioni ben diverse da quelle dei nazionalisti.
La lettera di protesta del signor Carlo Del Vivo mal cela la sua per i nazionalisti. Egli infatti non parla di nazionalisti e repubblicani, ma di nazionalisti e comunisti. La parzialità risulta, così, evidente. Non furono solo i comunisti a parteggiare per la Repubblica. E tutto il Clero basco e catalano che lottò e ancora lotta contro il fascismo di Franco fu ed è forse comunista?
Non tutti i cattolici furono con i ribelli franchismi. Anzi. I migliori di essi lottarono per la difesa delle istituzioni legittime repubblicane. Credo basti a questo proposito citare due nomi: De Unamuno e Bernanos. E ancora oggi parte della chiesa spagnola ha roccaforti di Resistenza contro il regime dittatoriale. Un solo autoritario nome di questa Resistenza? L’Abate di Monserrat.
Il signor del Vivo chiude la lettera asserendo che è incerto se il poeta granadino sia stato fucilato dai nazionalisti e che anzi è probabile che l’abbiano ucciso i rossi. Ma dove lo avrà letto? E, con le sue predilezioni per i nazionalisti, stima così sciocco Franco? Se fosse così pensa che il Caudillo non avrebbe fatto in modo di far diventare Lorca il poeta e il martire ufficiale del suo partito? Inoltre, se Cano ha potuto pubblicare a Barcellona (con quella censura!) la sua biografia di Lorca, in cui afferma che il poeta è stato fucilato dalle Squadre Nere ciò vuol dire che anche i governanti spagnoli non possono ignorare la Verità.
E il signor Del Vivo invece? Si vede che è “cchiù realiste do’ Re”.
Chiedo scusa a Massimo Landi per essermi intromesso in questa polemica. La sua risposta, in tutta sincerità, m’è parsa accomodante, perciò ingiusta e mi son sentito in obbligo d’intervenire.
Una considerazione é ultima sulla scomparsa di Lorca. Triste. Fu crivellato di colpi di fucili quando in una poesia aveva chiesto:

Quando morirò
seppellitemi con la mia chitarra
sotto la terra.

Gennaro Vitiello
da La Torre; 15 novembre 1966
 

Ritorno a Torre da un viaggio attraverso la Mitteleuropa

Di Gennaro Vitiello (del 13/10/1966 @ 17:14:51, in Taccuino, linkato 9770 volte)
Altoparlanti di radio e televisori ad alto volume. Stridii prolungati di Juke-Box. Frastuono di clacson. Assembramenti di ragazzi alle cantonate e presso i bar al centro delle strade. Piacere di rumori. Desiderio quasi superstizioso di prolungare l’estate ripetendone la chiassosa maniera di vita estiva, trasferita dalla Litoranea a viale Ungheria.
Ricado in uno scoramento. Mi pare impossibile riabituarmi a tanto caos, poter riprendere il lavoro, le letture. M’avvilisce sapere che ci rifarò l’abitudine. Ritorno a Torre del Greco da un viaggio attraverso il centro Europa. Cambiamento violento. Sono partito al principio di settembre per assaporare altri modi di vivere: il progresso, il lavoro intenso, la quiete dei borghi e il silenzioso movimento delle città. Mi son voluto riempire, per un mese, gli occhi e i polmoni del verde delle selve, dei prati e dei viali urbani.
Partito per l’Autostrada del Sole ho evitato di fermarmi a Roma, per me città ancora meridionale, pigra; sonnolenta, matrona compiaciuta della sua ciccia storica imperiale-clerico-fascista-burocratica.
Così prima tappa Siena.
Visita alla città. Rapida, però. La giornata intera in Piazza del Campo. Senza stancarmene. Qui l’albergo, il ristorante, il caffè, la passeggiata. Al mattino lanci di missili da parte di ragazzi d’una contrada, in costume. In aria. Lungo le mura della Torre dei Mangia. Rivedo la Maestà e il Guidoriccio da Fogliamo di Simone Martini e il Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico.
Il gotico fiorito dei due pittori senesi dalle raffinatezze coloristiche francesi come introduzione al viaggio attraverso la Mitteleuropa.
Firenze. Pranzo presso S. M. del Fiore.
Di nuovo l’Autostrada del Sole. Prima gli Appennini, poi la riposante distesa della Valle Padana.
Due giorni a Milano. La città che riprende le sue attività dopo la pausa di ferie d’agosto. Per godere l’efficienza della città mi muovo con la Metropolitana.
Incontri.
Como la godiamo dalla piazza presso il molo d’attracco dei vaporetti e da Villa Olmo.
Attraversiamo la Svizzera per il S. Gottardo.
Primo ristoro ombroso in un Nadelwald alle porte di Zurigo. La città la visitiamo l’indomani.
L’altro confine. Dal Lago di costanza. La macchina sul battello. La prima, città tedesca ove restiamo più a lungo: Tubinga. La più antica Università Germanica. La Torre sul Neckar, ove visse in solitaria malinconia Hoderlin, i caffè gremiti di studenti, i concerti, le tranquille strade e i raffinati negozi, l’eleganza strutturale e decorativa del rinascimentale Rathaus, il complesso architettonico ottocentesco del Policlinico sulla collina e l’ardimento costruttivo di quello nuovo, danno la cognizione esatta che la antica città del Giura di Svevia continui orgogliosamente la sua funzione culturale.
Nel Baden ci fermiamo per qualche settimana in un Dorf, presso il Tauber. Piacere della vita campestre ove la macchina è giunta senza riuscire a imperare, a far schiavo l’uomo. Il contadino resta ancorato alle migliori tradizioni.
A Wurzburg molte ore nella Residenza. Fervono i lavori di restauro. In giugno quest’anno, mi dicono, non c’è stato il Mozart-fest.
Mi interessano per ora, le sale del Tiepolo la cultura cattolica barocca del 700; i legami con il Veneto.
Anche a Wurzburg fervore costruttivo: ampliamenti di quartieri, nuovi complessi architettonici. Fra poco riapriranno il Nuovo Teatro. Funziona già la nuova sede del Conservatorio. Concerti alla Festung-Bach e Vivaldi e, in città, retrospettive dei dodecafonici.
Ci rechiamo al Sommerhausen. Nella Turmtheater, in questa medioevale torre-cavalcavia, un gruppo di giovani, guidati dall’estro di Luigi Malipiero rappresenta con preparazione da attori da Piccolo di Milano testi di avanguardia. Il teatrino ha solo cinquanta posti. Due spettacoli serali. I posti esauriti già una settimana prima.
I “pezzi” bellissimi. Recitazione e mimica da sbalordire. Scene e costumi essenziali. Trucco coraggioso. I riferimenti culturali chiari. L’Espressionismo teatrale e cinematografico fa ancora scuola.
Vengono in mente i nostri gruppi, teatrali giovanili spersi qua e là per l’Italia. Il loro recitare approssimativo, l’assoluta ignoranza del gioco mimico, la mancanza d’un qualsiasi legame con una qualsiasi tradizione, l’approssimazione, il filodrammatismo o l’accademico (de amiciano) televisivo nostrano. Carmelo Bene? Un’eccezione che conferma la regola, l’andazzo generale.
In Germania vanno meglio i gruppi teatrali nuovi. Il teatro quello con, la T maiuscola invecchia. Brecht troppo fatto e rifatto male. Si veda il triste esito del Berliner Ensemble a Venezia. Ci è arrivato in Italia già stantio. Pieno accordo con Arbasino. Ancora città antiche, oggi vivissime così Bamberg, Assfurt, Heidelberg.
Il tempo propizio favorevole per tutto settembre.
Gli incontri. Di seri e anche divertenti. A Karlsruhe un operaio italiano vedendo la targa dell’auto alza le braccia e grida a squarciagola NAPOLI. Dalla commozione quasi mi fermo. Il traffico intenso mi costringe a proseguire.
In un locale un napoletano tiene banco. Tutti gli sono amici. L’orchestra suona quello che lui vuole. Parla un tedesco scorrevole, con enorme faciltà, da fare invidia. Le donne, ai suoi piedi.
Presso Bamberg un gruppo d’operai proveniente da Pozzuoli vuole che dica ciò che è capitato, a Napoli in questi ultimi due anni nel breve tempo che faccio benzina.
Il ritorno più rapido. Pochi soldi in tasca. Lunga sosta a Bologna. Per un nostalgico arrivederci alla Mitteleuropa.

Gennaro Vitiello
da La Torre; 13 ottobre 1966
 

Parigi, 12 agosto 1954

Di Gennaro Vitiello (del 29/07/1966 @ 17:06:31, in Taccuino, linkato 1008 volte)
Dopo cena ci siamo avviati a Saint-Germain de Près. Conchita ha voluto che conoscessimo alcuni della colonia spagnola Bisogna proprio ammettere che è strano darsi appuntamento a mezzanotte. I madrileni conservano le loro usanze anche a Parigi.
Quando arriviamo al caffè Napoleone, di fronte alla chiesa ci viene incontro un giovanotto biondo e bassino, barcollante. Si vede che è bevuto, anche per l’eccessiva espressività che mette nel presentarsi.
“Yo… sono José Antonio” ho temuto che dovessi parlare spagnolo, invece continua in francese “Falina mi ha parlato di te e della tua venuta a Parigi. Falina è la mia hermana de leche, e tu che sei suo amico sarai mio fratello”. Mettendosi tra me e Conchita e pigliandoci per il braccio ci trascina al tavolo, ove sono altri amici.
Si parla animatamente. Ho un gran desiderio di bere Non mi piace avere la mente fredda tra gente che è a parecchi bicchieri. Lo vedo dalle molte bottiglie che riempiono il tavolo.
Ora bevo anch’io e con gusto.
Il padre di José Antonio sopporta meglio il vino e m’è più facile seguire il suo discorso. È costretto come molti altri del gruppo a vivere fuori della Spagna, perché contrario al totalitarismo di Franco. M’è difficile, e comunque, capire le sue idee politiche, e poi non mi importa un granché,mi basta che sia contro il fascismo di Franco, perché mi sia simpatico.
Parla animatamente di Napoli e mi ricorda della Crocifissione del Masaccio al nostro Museo Nazionale. È un critico molto acuto, e mi sbalordisce per come tiene a mente i quadri visti a Napoli. La sua visita alla mia città risale a prima della guerra. Ora bevo parecchio. Mi sento dei loro. Per bere con più gusto mangio noccioline.
José Antonio vuole che ci si rincontri a Madrid e per tutta la notte, con l’insistenza di chi è colmo di vino, mi fa promettere che andrò in Spagna. “Tu sei mio hermano di Nàpoles, fratello mio perché amico di Falina, la mia sorella di latte. Sei fratello mio e devi vedere, la Spagna.”
Quando ci lasciamo è l’alba. Mi piacerebbe vedere Madrid all’alba.
Madrid 10 agosto 1956. All’Ateneo José Antonio m’ha regalato due volumi di sue poesie che ha pubblicato di recente Vuole che glieli traduca in italiano.
Ho letto a lungo le poesie di Novais. (È poeta molto sensibile. Anche al vino).
Madrid 15 agosto 1956. Dopo la corrida abbiamo fatto il giro delle cuevas e delle cantine. Notte di grande sbronza. Abbiamo fatto l’alba. È la verbena della Paloma.
Ora con José Antonio siamo buoni amici. Tra un buon sorso di “solera”, “manzanilla”o qualche freddo boccale di “sangria”, si. può anche parlare con spregiudicatezza della letteratura contemporanea spagnola, senza offendere la suscettibilità ispanica.
“La nuova generazione manca della forza di un Lorca,” dice José Antonio “d’un Salinas d’un Jemenez. I giovani intellettuali per odio politico ritengono di dover fare a meno della loro lezione. Così evitano queste feste popolari per timore di essere accusati di sinistrismo politico.” Un cantore flamenco ora ci fa compagnia per le strade. Canta un “cante hondo” e alcune “saetas” che soffre a interpretare, bevuto com’è.

Gennaro Vitiello
da La Torre; 29 luglio 1966
 
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