Gennaro Vitiello

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

L'altra faccia del Vesuvio

Di Gennaro Vitiello (del 10/11/1984 @ 11:14:52, in Scritti vari, linkato 883 volte)
Quest’anno siamo alla undicesima edizione del Giugno Popolare Vesuviano. Mi si chiede, quale direttore artistico delle ultime edizioni, un giudizio su che cosa ha significato per me questa importante iniziativa lungo questi dieci anni. Anzitutto devo precisare che i veri protagonisti delle manifestazioni sono i dirigenti dell’Arci Villaggio Vesuvio, a cui si deve se il Giugno non è fallito dopo qualche anno. Grazie alla loro tenacia la manifestazione anzi ha potuto, anno dopo anno, affermarsi e crescere culturalmente, divenendo ormai nota non solo nell’ambito campano, ma essere uno dei pochi validi appuntamenti artistici nazionali.
In verità io, e me ne dispiace, non sono stato tra i promotori e creatori della prima edizione del 1974. Ne venni a conoscenza dalla stampa. L’anno successivo, un po’ prima di Pasqua, fui invitato da Andreozzi e da Ammirati a San Giuseppe Vesuviano. Mi misero a contatto con la loro intensa attività di promozione artistico-culturale nell’entroterra vesuviano.
Erano gli anni della forte fede politico-religiosa nel “decentramento”. Si desiderava distruggere le barriere tra attore e pubblico per una totale partecipazione all’avvenimento teatrale e si chiedeva allo spettatore, attraverso il rito scenico, che prendesse coscienza della necessità della trasformazione della società. Ed io sono tra quelli che per anni hanno lavorato in questa direzione. Si può allora intendere il mio entusiasmo quando mi trovai con chi a San Giuseppe, camminava in maniera proficua sullo stesso cammino. L’Arci Villaggio Vesuvio aveva fatto passi giganteschi aggregando la comunità contadina del posto con la musica.
Avevano messo su il gruppo della “Zabatta”, che in seguito girò per tutta l’Italia con i suoi canti ed i suoi balli.
Dopo un lungo permanere nella zona, i contatti con le persone del posto, le lunghe discussioni (talvolta anche accese) nelle assemblee dei molti soci dell’Arci, si trovarono i modi per una collaborazione mia e del gruppo teatrale da me diretto.
E a giugno del ’74 due spettacoli: l’”Urfaust” del Libera Scena e “A morte dint ’o lietto ’e don Felice” di Carlo Cecchi, si andarono a rappresentare nelle piazze di San Giuseppe, Ottaviano e Terzigno. Intanto, l’Akademia Ruchu di Varsavia e lo stesso Libera Scena Ensemble costruivano un loro nuovo spettacolo, che nasceva dalla nuova realtà che andavano vivendo, dalla stimolante permanenza nei felici luoghi dell’entroterra vesuviano. Fu così che il gruppo polacco, insieme alle performances mimiche che mostrava nelle vie e nelle piazze, diede la prima mondiale, nella villa del pittore Emblema, di “Autobus”. L’anno successivo lo spettacolo fu rappresentato al Festival di Caracas, ove ottenne dalla critica internazionale recensioni più che lusinghiere. E non è solo un caso, che a contatto con un pittore come Emblema, il quale usa per la sua espressione poetica la più essenziale semplicità di mezzi pittorici per ritrovare spazi luminosi nella stessa tela sfilacciata, l’Akademia Ruchu abbia creato “Autobus”, una forma di teatro davvero radicale per l’uso scarnissimo del gesto mimico degli attori.
Con lo stesso Emblema e con il gruppo contadino della Zabatta il Libera Scena preparava in traduzione napoletana (meglio, nel dialetto contadino vesuviano) “Padrone e Sotto” dal “Puntila ed il suo servo Matti” di Brecht. Per me fu uno dei periodi più felici della mia attività di regista. Lo spettacolo, per la collaborazione d’un artista così espressivo quale Emblema e per la partecipazione tanto generosa dei contadini, meritò un enorme entusiasmo di pubblico, malgrado non mancasse chi nella nostra messinscena vedeva populismo e demagogia. Lo spettacolo piacque per fortuna al critico del teatro d’avanguardia Franco Quadri e ciò contribuì a farlo girare per le piazze teatrali italiane e straniere.
Gli anni successivi videro la mia partecipazione al Giugno Popolare solo come suggeritore di spettacoli da invitare. Non riesco a ricordarmene i motivi. Gli organizzatori puntavano forse sulle altre attività artistiche. Intervenni comunque spesso ai seminari che si organizzavano. Ne ricordo uno interessantissimo tenuto da Valerio Caprara sul Western americano, forse il primo in Italia, quando a parlare di cinema americano si rischiava il linciaggio.
Dal ’76 all’80 la manifestazione ha puntato essenzialmente sulle arti figurative. In questi ultimissimi anni gli organizzatori hanno voluto tenere meglio legati i vari settori e mi hanno chiesto di collaborare come direttore artistico dell’intera manifestazione.
Per il Giugno Popolare dell’81 si pensò di raggruppare le varie manifestazioni sotto l’unico concetto di Festa.
Nella piazza principale di San Giuseppe Vesuviano, la prima sera, alla inaugurazione si poté assistere in contemporanea a spezzoni di film, al passaggio sui trampoli degli attori di Pontedera, alla musica d’un piccolo complesso jazz e d’una orchestra sudamericana.
Nei giorni successivi il cinema, il teatro e la musica continuarono il loro programma in spazi ben identificati. All’Odeon il People Show e Peppe e Concetta Barra, nella piazza di Ottaviano il balletto indiano e i Maghi, nella villa Bifulco di Terzigno il teatro per ragazzi, nel palazzo del Municipio le mostre d’arte, mentre per le strade principali dei tre Centri splendevano le torce sui balconi.

Gennaro Vitiello
Da “L’altra faccia del Vesuvio”; Volume in occasione del decennale del “Giugno Popolare Vesuviano” a cura di Alberto Castellano. S.E.N.; Ercolano; 1984
 

La festa e il teatro

Di Gennaro Vitiello (del 28/06/1981 @ 00:52:32, in Scritti vari, linkato 759 volte)
Alla sua 8a edizione il Giugno Popolare Vesuviano, dopo che ha raggiunto, con i vari anni di attività, una reale capacità di rapportarsi ad un territorio ben individuato e avere condotto un’accurata indagine sui valori artistici popolari della zona, può ora, e in maniera più sciolta proporre, al di fuori di ogni preoccupazione di “Impegno” il come e il perché la gente dell’area Vesuviana nell’ultimo trentennio è andata affermando un tipo di spettacolo-divertimento con autonomo modo di vivere il “Progresso”, tra l’altro non alieno di raffronti con ciò che succedeva altrove. lì programma teatrale, cinematografico e musicale del Giugno, nasce da queste considerazioni, ed anche l’impianto complessivo della festa.
Gli spettacoli teatrali, le proiezioni di films, i concerti di musica e le mostre dell’Arte figurativa si svolgeranno solo nei tre centri più grandi dell’agro Vesuviano, a San Giuseppe Vesuviano, a Terzigno e ad Ottaviano, principalmente per concentrarli nelle piazze, nei luoghi abituali di incontro, in un periodo di tempo limitato ad otto giorni che gli consenta di susseguirsi ed incrociarsi con una libertà da Kermesse.
L’addobbo, le decorazioni, la scenografia per i giorni della Festa (una festa per ogni centro) indicheranno il senso complessivo di questo 8° Giugno Popolare riscopriremo le luminarie, i festoni, le bandiere, i segni scenografici che sottolineano gli sforzi urbani dei tre centri storici che ospiteranno la canzone, il cinema, il concertino, la banda, le bancarelle e i bar con i tavolini all’aperto.
Il Teatro Odeon di San Giuseppe Vesuviano con rappresentazioni di Gruppi italiani e stranieri, tutte condotte lungo il filo musicale, dal pucciniano spettacolo del gruppo di Pontedera al jazz degli anni quaranta del People Show di Londra.
Nell’arena, del cinema Odeon estivo all’aperto, i films popolari di una volta e quelli di oggi, da “Catene” con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson ad “Immacolata e Concetta” di Piscicelli.
Nei giardini della Piazza i cantanti insieme ai giocolieri del Teatro da Bonagura a Murolo agli attori acrobati del centro di Pontedera.

Gennaro Vitiello
Dal programma dell’8° Giugno Popolare Vesuviano; 20/28 giugno 1981
 

Mostra di scultura di Giggiano Borriello

Di Gennaro Vitiello (del 30/04/1981 @ 00:50:27, in Scritti vari, linkato 895 volte)
Ho la fortuna di visitare lo studio dello scultore Giggiano, ampi spazi bene illuminati affacciati su uno degli ultimi orti, dietro un bel palazzo del centro cittadino. Borriello mi mostra le sculture che in dicembre esporrà in una galleria di Torre del Greco.
Ne rimango affascinato. Queste sculture emanano una bellezza limpida, cristallina; la cura e la perfezione formale di queste crete-cotte e di questi bronzi sono autentica scultura-poesia per una loro particolarità che potrebbe sembrare semplice cosa: esprimono e scoprono sentimenti di vita umana attraverso la chiarezza espositiva della forma adoperata. E contrariamente a ciò che se ne possa pensare con superficialità, scoprire, mettere a nudo i più semplici dei sentimenti della quotidiana vita umana mediante la finzione dell’arte richiede sforzi inauditi.
Il motivo di questa difficoltà sta nella peculiare “trasparenza” degli umani sentimenti, poiché è difficile star dentro questa trasparenza della vita e far convogliare in essa l’attenzione che normalmente si disperde in dettagli anomali o si dirige verso gli schemi astratti della forma scultorea.
Borriello giunge invece alla compiutezza decisiva con l’incontro tra la sua forma scultorea e i suoi sentimenti della vita, temporalizzando il momento-sentimento di vita nella statua, ottiene cioè che il tempo intervenga effettivamente nella scultura stessa, che si faccia sostanza della sua arte.
Premessa questa mia chiave di lettura dell’opera di Borriello, credo ci si debba soffermare su un’altra considerazione che la sua arte scultorea evidenzia. Il lavoro dello scultore sembra procedere verso due interessi ben precisi, da un lato esprime un forte sentimento di vita, ché considera con religiosità l’esistenza dell’uomo, d’altro canto lo scultore mostra un piacere tutto artistico-estetico nell’osservazione ed espressione del quotidiano.
La famiglia come soggetto è ricorrente in molte delle opere dello scultore, tale immagine scultorea gli viene certo dal profondo amore che nutre per l’arte pittorica e scultorea del Rinascimento italiano, ma Borriello non tratta il modello come semplice riferimento o ricordo culturale, giacché fa propri quei contenuti e quelle tecniche per esprimerli in maniera affatto autonoma mediante il più libero procedere del comporre e il più libero trattamento della materia usata.
L’altra direzione, quella estetica-artistica, indica un Borriello alle prese con opere d’immensa delicatezza.
Il pretesto è la scena di genere: la testina sorridente di un bimbo, un artigiano del corallo al banco di lavoro. E c’è in queste deliziose sculture il ricordo sofferto di un partenopeo per l’antica ellenistica Pompei.

Gennaro Vitiello
Dal catalogo della Mostra; 11/30 aprile 1981
 
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