Gennaro Vitiello

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Salsedine

Di Gennaro Vitiello (del 15/08/1969 @ 12:38:06, in Racconti, linkato 1187 volte)
Nella stanza la luce entra violenta. Lo costringe a svegliarsi. “Luigi, su, alzati. Che cosa penserà la Nina di te che dormi fino a tarda ora?”. Lo rimprovera dolcemente. Nella loro camera le bambine litigano a chi deve fare il bagnetto alla bambola. “Vuoi il caffè. Tu, senza la tua bevanda napoletana mattutina sei capace di restartene nervoso per tutta la giornata”. Si avvia in cucina, il gatto che le si strofina ai piedi e che la infastidisce. “¡Fuera gato imbécil! ¡ Vete fuera! Nina, date un po’ di latte al gatto e cercate di portarlo fuori, sul terrazzo!”. L’aroma del caffè che bolle. “Abbiamo perso il treno dell’amore…”.

Da uno degli appartamenti vicini il suono di questa canzonetta di moda, identica alle mille altre che la radio trasmette durante tutto il giorno per favorire l’intontimento della massaia italiana. Viale Ungheria si intuisce vuoto. In agosto la folla di questo budello di strada si riversa tutta sul litorale di Santa Maria la Bruna. La spiaggia invasa, tutta! Ne prova ancora nostalgia. In piena estate la salsedine sotto la pelle.

“Il caffè è pronto! Perché non ti siedi e fai colazione qui con noi, come si deve?”

“Sì, certo. Sai però che a me basta solo un caffè.”

“A che cosa pensi?”

“Al mare.”

“Ti costringiamo in casa. Se vuoi, puoi andarci.”

“Non è questo. Non ci andrei. Figurati se con tutta quella calca di gente riuscirei a riconoscere la spiaggia.”

“E ti dici marxista? Non sei contento se ora tutti abbiano la possibilità di godersela?”

“Godersela, chi? Quelli che ci guadagnano. E la gente che paga per pochi centimetri di sabbia e per qualche secchio di acqua salata sporca. E gli scatoloni di cemento che si lasciano al centro se li ritrovano a picco sul mare che se vogliono vedere il Vesuvio gli tocca allontanarsi dalla riva, per chilometri.”

La nostalgia si fa più dolorosa.

“Sai, Luigi, io il mare quando l’ho visto la prima volta avevo diciotto anni. Forse per questo mi piace anche così, pieno di gente.”

Per una volta, vuoi che si vada a Vico o sulla spiaggia di Paestum, lontani dagli stabilimenti.

L’estate della licenza ginnasiale. Il ricordo si fa più pressante. Urgente. Quasi un ronzio alla testa. Un réfolo di vento sui capelli biondi di Miryam, prima di lanciarsi dal trampolino costruito col legno delle Ferrovie dello Stato da Cecco e da Achille, i suoi due fratelli sempre in attività, come boy scouts al campo. Il tuffo! Miryam che guizza in acqua! Alghe marroni e verdi che si spostano sul fondo. “Ce l’hai fatta, Luigi, questa volta. Tutte le materie prese a giugno. Quest’estate ti puoi divertire!”. Il solito Enzo con l’allusione idiota all’anno precedente che aveva dovuto riparare latino e matematica. Estate trascorsa tra Torre Scassata e la Torre di Bassano alla scoperta del Loro Mare. Prima e durante gli anni della guerra Luigi con la famiglia andava al bagno Gelsomina. Ce li portava Alfonso con la carrozzella e a lui e al fratello Umberto qualche volta lasciava tenere anche le redini del cavallo. Quell’estate invece, diversa! L’estate dell’intera giornata sugli scogli, in barca, delle lunghe nuotate. Dal mattino presto. Il pranzo lo consumavano di sera, come i contadini della zona. Miryam che viene a nuoto verso la chiana. Lo stile elegante e veloce e lui che l’aiuta a salire. Il piede in fallo. Scivola. Mandrie di granchiolini e pulci marine che s’affrettano a nascondersi. La tiene forte, stretta. Le sfiora i capelli, le labbra cocenti. Miryam che ride! che si rituffa! che scompare!

Una strada diversa ogni volta. Per via Campanariello, polverosa. Da Villa Inglese, attraversando i campi dietro la scuola elementare. Per via Gurgo o per il viale di Villa Prota a Sangennariello, le case barocche quasi diroccate, l’albicocco. L’agave, il ficodindia fino sulla rena. Incontri senza appuntamenti la sera precedente. Orario rispettato per non ricorda quali motivi arcani.

Il giorno che si parte dalla spiaggetta della Casina Rossa, con un gozzo. Enzo rema in piedi, come i pescatori, faccia alla prua per mostrare a Nunzia e Maria, le due ragazze evolute della contrada, la sua valentia di vogatore. Umberto che si diverte a sfottere. “Dai, pilotaci. Sai che vai forte?”. Nunzia ritta a prua, statuaria. S’aggiusta i due pezzi. Si stringe il naso con la mano. Un tonfo. Giù, sottacqua per i piedi. Fuori, come una bottiglia. “Il reggiseno, pafft! Chi me lo allaccia?”. Repentino soccorso di Umberto. Schiuma. Lotta. Enzo, prima taciturno, canticchia. Si vendica costringendoli a raggiungere la riva a nuoto. La fila delle cabine dipinte di rosa dai portelli azzurri del bagno Gelsomina. Tra i due bagni sul lungo tratto di spiaggia solitaria alcuni pescatori tirano la rete. Di corsa per vedere. La rete aperta sulla sabbia nera! Verde di alghe! Tra mucchi marroni di maruzzi, vavoselle e ajate, luminosità di Spigole e di Orate e dal bianco della pancia si distingue il Cefalo. Al ritorno, sugli scogli a cogliere cozze e ricci di mare che mangiamo sul posto.

L’ultima domenica di settembre alla Torre di Bassano, sulla spiaggia sino a tarda notte. “Sai che papà quando ha restaurato questo fortino saraceno, giù nei sotterranei ha trovato documenti d’una loggia massonica di Torre del Greco?”. “Ti piacciono, eh Luigi, i luoghi che possono conservare fatti mitici?”. “A me? Lo facciamo un altro bagno?”. “Dopo tutto il cocomero mangiato, ci farà male”. “Il solito fifone. Credi che uno di noi vada a morire, proprio stanotte?”. “E tu vacci pure, chi te lo impedisce!”. Indispettito Luigi si tuffa da solo. Gli occhi spalancati a guardare il buio del fondo marino. Con rabbia bracciate fino allo scoglio che si trova dinnanzi. Miryam che lo spinge con la testa sottacqua. La luna sale lenta, tonda e rossa dai monti Lattari. “Non hai paura come quei fessi lì; Miryam?” “No” “A pensar ci t’ho conosciuta e vista solo in costume da bagno e nell’acqua. Come sarai mai d’inverno a Firenze?”. “Se proprio ci tieni a vedermi chiusa nel cappotto e coperta di lana vienici. Per Capodanno”.

Gennaro Vitiello
Racconto apparso su La Torre; agosto del 1969
 

Il ripicco

Di Gennaro Vitiello (del 04/06/1966 @ 12:48:34, in Racconti, linkato 796 volte)
La signora Elvira aveva sfaccendato per tutta la giornata. Erano nella nuova casa da solo quattro giorni e il daffare non era certo indifferente. D’accordo con Davide, l’unico dei cinque figli che ancora era con lei, aveva voluto tornare in campagna, a S. Maria la Bruna, dove aveva vissuto per 35 anni. C’era arrivata dopo il viaggio di nozze e v’era rimasta fino alla morte del marito. Poi, i figli avevano voluto trasferirsi in città. Le era sembrato bene abbandonare i luoghi che le ricordavano con troppa sofferenza il marito. La città le aveva procurato invece un vuoto ancora più profondo. Gli altri figli s’erano trasferiti al Nord (la voglia gliel’aveva messa lei, che, quando erano ancora dei ragazzi, gli parlava di Milano per ore). Adesso che erano sposati, ella aveva sempre maggior bisogno dei suoi ricordi, di sentirsi la moglie dell’ingegnere, di don Carlo; di vedere tutte le persone che continuavano a volerle bene, che quando passavano in città non mancavano di farle una visita.
La solitudine le faceva paura. Non era mai stata sola e la compagnia di Davide, che riusciva a fare a meno delle sue cure, non le bastava. Per vivere le era indispensabile dedicarsi agli altri.
S’era fatto buio. Accese le candele. Prima di poter ottenere la corrente elettrica ci sarebbero voluti ancora diversi giorni. Davide era in camera sua. Lo sentiva mettere in ordine i libri sugli scaffali. Sedette sfinita. Guardò l’acquaio ingombro di pentole, gli scatoli vuoti, ammucchiati presso la finestra e la bilancia dai piatti di rame che aveva promesso a Luca, l’operaio della ditta edile di suo marito, che li aveva aiutati nel trasloco.
“Ci sta la signora?”
“Sì. Entrate Luca. V’aspetta per darvi la bilancia. Di qua.”
Come sempre, Luca per venire a casa loro aveva indossato la giacca, che quando usciva per il paese non metteva mai. La signora, per fargli un regalo, gli aveva messo da parte alcune cravatte. Erano avvolte in un giornale su un piatto della bilancia.
“Buona sera, signora Elvira.”
“Buona sera, Luca. Qui c’è la bilancia. Se ne avete piacere, ho per voi anche alcune cravatte che m’hanno lasciato i ragazzi. Non le mettevano più, ma sono ancora nuove.” Luca ringraziò.
“Che ve ne pare della casa nuova, Signora Elvira? Vi fa piacere d’essere ritornata a S. Maria la Bruna? Qui tutti v’aspettavano. Quando siete partiti s’erano un po’ sentiti offesi, come se voi e i vostri figli li aveste traditi. Certo che don Carlo a Napoli non se ne sarebbe mai andato. Poi, era come se ci apparteneste. Eravamo orgogliosi dei vostri figli, e fuori ce ne vantavamo. Quando il dottore Giorgio faceva i comizi per il partito socialista, se ne parlava per tutta la zona, per parecchi giorni.”
S’era commossa. Riusciva a stento a trattenere il pianto. Tramite Luca, S. Maria la Bruna le dava il ben tornata. La mattina c’era stata anche Michelina, la cameriera anziana ch’era venuta per aiutarla a sistemare la roba e a dirle tutta la gioia che si provava in giro per il suo ritorno. Ma la visita di Luca le dava un piacere diverso, la disponeva alle confidenze.
“Stamattina Michelina mi ha raccontato d’aver sognato mio marito, seduto lì fuori, sul terrazzo, che ci guardava mettere in ordine la casa e l’è sembrato che sorridesse, che fosse tutto felice. Impartiva ordini per la sistemazione dei mobili dalla poltrona che gli aveva regalato Davide quando s’ammalò e fu costretto a rimanere in casa. Osservava i movimenti di noi donne che sfaccendavamo.”
Luca, in piedi, seguiva il racconto della signora con vivo interesse.
“Perché non vi sedete?” gli indicò una sedia.
“No.” rifiutò “Non mi riesce di star seduto. Poi, dicono che non bisogna credere nella vita che c’è dopo. Però, i sogni ti lasciano stupiti. Quando m’è morta la prima moglie, l’ho sognata per quasi un mese. Tutte le notti. Dapprima mi faceva dei segni, poi, quando parlò mi consigliò di risposarmi. Mi pareva che questo torto non glielo dovessi fare. Ma era morta dopo solo tre anni di matrimonio e c’eravamo voluti bene. In sogno mi diceva che c’erano, i due figli da badare. Ma, ai piccoli mi promettevo di badarci da solo. Non gli volevo dare una matrigna. Nel sogno lei insisteva e alla fine mi convinsi. A trovare moglie non è che ci badassi. Nello stesso palazzo c’era Maria, che è stata anche amica della mia prima moglie e i bambini li conosceva già da prima.
Quando li vedeva giuocare nel giardino s’avvicinava. Li carezzava… Si misero le vicine. Dissero che Maria era la moglie che faceva per me, che ai bambini ci avrebbe badato, che c’era, già affezionata, che li, aveva visti nascere. Passò il tempo necessario per il lutto e ci sposammo.”
“Avete fatto bene Luca… Siete molto giovane. Non potevate vivere tutta la vita senza una donna.”
“Non è che questa mi piacesse. A questo non ci badai. È così sciupata. Le vicine invece proprio così mi convinsero: “Ha un’aria patita” mi dicevano “È abituata a soffrire. Lei sì che potrà essere una buona madre per le tue creature”. Di creature mò ne deve nascere un’altra e già pensiamo al nome che le dobbiamo dare. È per questo che abbiamo litigato. È più di un mese che non ci parliamo. Io voglio che se è una femminuccia si chiami Rosa, come lei, la mia prima moglie. Ho fatto il voto, quando mi sono risposato, che se Maria mi avesse dato una bambina, l’avrei chiamata Rosa.”
“Luca, voi però vostra moglie la dovete capire, forse non vuole che continuiate a pensare all’altra. Dite che è buona, che sa badare ai piccoli e perché volete farla ostinare?”
“Non è questo. Ormai è questione di principio. Non posso tirarmi indietro. Se ne approfitterebbe. Deve cedere. È lei che deve cedere. Sennò ci lasciamo. Gliel’ho detto che sennò ci separiamo. No! Dev’ubbidire.”
“Beh, non v’arrabbiate. Tanto la bambina ancora non è nata. Potrebbe essere pure un maschietto e voi già state a litigare.” sorrise la signora Elvira.
“Lo so. Io però ce l’ho con lei, con la sua bontà. Sempre così accondiscendente. Quella sua aria da vittima. Si mette là e non parla. Spiego le mie ragioni e lei non risponde. L’altra sì che era una donna. Sana di salute e decisa. Non c’era caso che una vicina le facesse un torto. Sapeva come difendersi. Anche col padrone della terra. Quando c’era il raccolto lui non riusciva ad ottenere più di quello che s’era pattuito. Questa qui… il padrone l’ha capita e l’ha capita e non fa altro che chiedere e, con la scusa che la frutta è venuta buona, a casa se ne porta via i sacchi. Poi quando se ne va lei piange e si dispera. Rosa no. Rosa col padrone sapeva trattare e si faceva rispettare… Se qualcuno le toccava un figlio. Apriti cielo! E la sera i bambini li trovavo a letto. Sapeva che ero stanco e che i piccoli non potevo sentirli strillare.”
Luca parlava e si scaldava. La signora, come la gente del paese, non ignorava che alla prima moglie Luca aveva voluto molto bene. Il torto era di essersi sposato con Maria facendosi consigliare dalle vicine. Non se n’era neppure innamorato. Aveva detto ch’era sciupata, patita. L’aveva detto duramente. Certo, che Maria non fosse bella doveva farlo soffrire. Ma perché diamine l’aveva sposata? L’avrebbe dovuto consigliare un amico e non una vicina. Le donne lo si sa che pare lo facciano a bella posta a dare consigli assurdi. La signora faceva queste considerazioni, mentre Luca continuava a imprecare e a dire le sue ragioni.
“Cercate di calmarvi.” l’interruppe la signora. “E non pensate alla separazione. Il figlio che vi nascerà saprà mettere la pace.”
Era certa che quei consigli non sarebbero valsi a nulla, che per convincerlo avrebbe dovuto dire cose troppo delicate, che se le avesse dette lo avrebbe solo scandalizzato, giacché alle donne del Sud è ancora proibito parlare di sesso.
Dopo un lungo silenzio, Luca ringraziò ancora una volta. “Vendiamo un po’ di frutta ai vicini, e quest’estate la vostra bilancia ci sarà utile”. Aprì il pacchetto e volle vedere le cravatte. “Io le porto solo la domenica e non le compro mai. Mi pare un sacrilegio spendere per una cravatta, quando con gli stessi soldi ci posso comprare un pantalone”.
Sulla porta, salutò e ringraziò di nuovo.
Scese le scale, svelto, reggendo su un solo braccio la pesante bilancia. Giù ricominciò a pensare a ciò che s’era detto. “Perché poi sono stato così espansivo? Quando imparavo il mestiere da don Carlo, pure allora mi confidavo con la signora. Sapeva sempre darmi un buon consiglio. Avrei dovuto dire pure il resto. Ma con una donna… Sì, è istruita, ma che ne può sapere. E che dovevo dire? Che è passato un mese prima che stessimo insieme, io e Maria, come devono stare marito e moglie? Rosa sì che mi piaceva… Maria io non l’ho mai desiderata. E lei m’ha trattato come se la colpa fosse mia. E ché era mia la colpa? Gliel’ho pure detto ch’era sua, che capitava così perché era così sciupata, che non lo doveva nemmeno pensare di piacermi… Poi, è perché faceva la martire, la vittima che riuscii a starci insieme. Lei lo capì e pianse tutta la notte… Con le lacrime crede d’ottenere tutto… Ma la rivincita devo pure prendermela. Se nasce una bambina si chiamerà Rosa.

Gennaro Vitiello
da La Torre; 4 giugno 1966
 
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