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Sito Ufficiale dedicato a Gennaro Vitiello - Regista ed attore teatrale nato a Torre del Greco -
Chi è Gennaro Vitiello
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Mostra su Gennaro Vitiello
Due teatri un regista. Napoli teatro 1963 - 1985

Mostra sul percorso teatrale di Gennaro Vitiello a cura di Giovanni Girosi e Paola Visone Le storie, le messinscene, i progetti, i vissuti di cui la mostra Due teatri un regista. Napoli Teatro 1963 -1985 ripercorre e ricostruisce alcune tracce, sono legati, significativamente, alla storia della scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, che accoglie nei suoi ambienti il racconto di quelle esperienze. L’attività dei gruppi Teatro Esse e Libera scena Ensemble, guidati da Gennaro Vitiello e costituiti - in parte - da docenti, giovani diplomati, studenti dell’Accademia, attraversa un ventennio particolarmente fecondo della cultura teatrale. Il percorso della ricerca, disseminato di confronti generosi, ci ha consentito di analizzare e comprendere i sogni, i progetti, le attese, i fallimenti in cui si sono idealmente riconosciute intere generazioni. Autori, attori, registi, scenografi, costumisti, spettatori che hanno condiviso con il regista, il traduttore, l’artefice di straordinari incontri - quali le Settimane Internazionali di Teatro Laboratorio e la Rassegna del Giugno Vesuviano - passione e impegno. Dai densi contributi scientifici degli studiosi che hanno accolto il nostro invito, dalle generose testimonianze, dai bozzetti (20), dai manifesti (50), dalle foto di scena (200), dai documenti (lettere, progetti, statuti, etc.) indagati emerge il profilo di un acuto e sensibile ideatore di istanze poetiche, estetiche, etiche cui il percorso espositivo rende omaggio. Il progetto di ricerca e documentazione è finalizzato a comparare drammaturgie e allestimenti relativi ad uno dei periodi più significativi della storia culturale di Napoli, al fine di poter delineare un quadro generale dell’attività teatrale di Vitiello con uno sguardo attento alla contemporanea scena partenopea.

Mostra sul percorso teatrale di Gennaro Vitiello a cura di Giovanni Girosi e Paola Visone Le storie, le messinscene, i progetti, i vissuti di cui la mostra Due teatri un regista. Napoli Teatro 1963 -1985 ripercorre e ricostruisce alcune tracce, sono legati, significativamente, alla storia della scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, che accoglie nei suoi ambienti il racconto di quelle esperienze. L’attività dei gruppi Teatro Esse e Libera scena Ensemble, guidati da Gennaro Vitiello e costituiti - in parte - da docenti, giovani diplomati, studenti dell’Accademia, attraversa un ventennio particolarmente fecondo della cultura teatrale. Il percorso della ricerca, disseminato di confronti generosi, ci ha consentito di analizzare e comprendere i sogni, i progetti, le attese, i fallimenti in cui si sono idealmente riconosciute intere generazioni. Autori, attori, registi, scenografi, costumisti, spettatori che hanno condiviso con il regista, il traduttore, l’artefice di straordinari incontri - quali le Settimane Internazionali di Teatro Laboratorio e la Rassegna del Giugno Vesuviano - passione e impegno. Dai densi contributi scientifici degli studiosi che hanno accolto il nostro invito, dalle generose testimonianze, dai bozzetti (20), dai manifesti (50), dalle foto di scena (200), dai documenti (lettere, progetti, statuti, etc.) indagati emerge il profilo di un acuto e sensibile ideatore di istanze poetiche, estetiche, etiche cui il percorso espositivo rende omaggio. Il progetto di ricerca e documentazione è finalizzato a comparare drammaturgie e allestimenti relativi ad uno dei periodi più significativi della storia culturale di Napoli, al fine di poter delineare un quadro generale dell’attività teatrale di Vitiello con uno sguardo attento alla contemporanea scena partenopea.
Taccuino
“Gennaro Vitiello (1929 – 1985)”
Il 22 dicembre 2003, lunedì, a Torre del Greco viene presentato il libro di Gennaro Vitello “Taccuino – Ricordi e note di regia”. Dopo i saluti del Sindaco Valerio Ciavolino, dell’Assessore alla Cultura Cinzia Mirabella e di Antonio De Simone, Presidente della Banca di Credito Popolare, relazionano Luigi Capano, curatore del libro, il prof. Rino Mele, docente di Storia del Teatro all’Università di Salerno, Enzo Salomone, attore, Giuseppe Serra, Capo Ufficio Stampa del Comune, Giulio Baffi, della redazione napoletana de “la Repubblica”, e per ultimo io, che in sintesi ho detto:
Durante un soggiorno a Parigi ho trascorso quasi un’intera giornata alla Sorbonne per assistere alla discussione d’una tesi di laurea. – Detto tra parentesi, alla Sorbonne la discussione di una tesi di laurea dura non meno di 4 ore, mentre quella d’una tesi di dottorato dura non meno del doppio, cioè 8 ore. – La tesi di laurea aveva un titolo che mi era sembrato stravagante: “Il libro e la vita, il libro ed il prolungamento della vita, il libro e l’immortalità”. In realtà, l’argomento trattato era la concezione della morte nelle opere letterarie di scrittori e filosofi francesi contemporanei, in un ventaglio che da Lacan, Sartre e Simone de Beauvoir si apriva fino a comprendere i “nouveaux phlosophes”. Il libro e la vita. Gennaro non so immaginarlo senza un libro. La sua esistenza senza libri è inconcepibile. Alla lettura si dedicò con passione, anzi direi con gusto, fin da quando era ragazzo. Un gusto che affinò col tempo. Fino a rifiutarsi categoricamente di leggere quanto riteneva vuoto, banale, scontato, ripetitivo. Presto si appassionò alla grande letteratura, ai classici della Grecia e a quelli latini, al romanzo dell’Ottocento francese, russo, inglese, per approdare ai grandi scrittori e poeti del Novecento. A quelli contemporanei, come Garcia Lorca, Hemingway, Dos Passos, Kafka, Pavese, Moravia, Calvino, La Capria, scodellaro, Sartre... Ricordo quando di questo scrittore acquistò fresco di stampa “Il muro”, una raccolta di racconti che lesse d’un fiato e ci fece leggere per poterne parlare con noi, discuterne, spiegarcene le innovazioni linguistiche e di contenuto. E così fece con tanti altri libri. Ne potrei compilare un elenco nutritissimo. Era abbonato alla “Fiera letteraria” diretta dal poeta Vincenzo Cardarelli; leggeva altre riviste, come “Il Mondo” di Pannunzio. Era aggiornatissimo sulle novità letterarie, opere che allora si definivano “engagées”, impegnate, attente cioè ai problemi sociali, ai grandi avvenimenti contemporanei, alla vita dell’uomo nella sua complessità, E mostrava un talento spiccato per l’analisi immediata quasi naturale del testo che leggeva e da cui si faceva fagocitare. Lo stesso talento che ha fatto di lui un regista pronto a cogliere l’essenza, a capire gli snodi narrativi e le modalità interpretative delle opere che dalla pagina scritta si sarebbero poi trasformate in linguaggio parlato, in gestualità, nelle varie espressività teatrali. Il suo teatro non poteva che nascere da un’opera profondamente, peculiarmente letteraria.
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Il libro e il prolungamento della vita. Ho letto recentemente “Una storia d’amore e di tenebra”, un romanzo, tra virgolette, autobiografico di Amoz Oz di poco più di 600 pagine, pubblicato nel settembre scorso dalla Feltrinelli. Amos Oz è uno scrittore israeliano di fama mondiale, I suoi libri sono pubblicati in 28 lingue. È uno dei promotori e dei firmatari, con intellettuali e politici “engagés” israeliani e palestinesi, del famoso piano di pace tra le due etnie firmato il 1° dicembre scorso ( 12 giorni fa) a Ginevra. Ebbene, nel suo ultimo libro che ho letto con grande interesse, un’autobiografia che parte dai bisnonni e abbraccia 120 anni di vita, egli ci confida cosa voleva diventare quando aveva 8 anni e frequentava una classe che corrisponde grosso modo alla nostra terza elementare. Di solito un ragazzo di quell’età sogna di diventare un grande campione sportivo, un eroe, un pilota o forse un pasticciere o qualcosa di simile. Amos Oz a 8 anni desiderava diventare un libro! Non scrivere un libro, ma DIVENTARE UN LIBRO. Amos Oz è nato nel 1939, a 8 anni siamo nel 1947. Mentre da noi in Italia nel 1947 siamo in piena ricostruzione post-bellica, in Palestina si è alla vigilia della creazione dello Stato d’Israele. Amos a 8 anni sa cos’ha alle sue spalle, perché l’ha appreso e l’apprende tutti i giorni dai suoi genitori, dai nonni, dai loro coetanei rifugiatisi in Palestina. Quel ragazzino di 8 anni sa del grande massacro degli ebrei consumatosi in Europa quando lui nasceva, sa della shoà, della deportazione e morte di 6 milioni di ebrei europei. E ora apprende, perché ne parlano gli adulti, che con la creazione dello Stato d’Israele e la partenza dei soldati inglesi dalla Terra Santa gli arabi sono pronti a massacrare tutti gli ebrei – un milione circa – che si sono rifugiati e installati sulle loro terre. E dunque non ha altro desiderio che DIVENTARE UN LIBRO. Per sopravvivere. Molto più di un monumento o di una lapide, di facile distruzione e spesso di significato limitato e retorico, trasformato in un libro lui può prolungare la sua vita di ragazzo, può continuare a vivere per anni, forse per sempre. Sì, anche i libri vengono talvolta distrutti, di solito incendiati da chi non tollera una cultura, un’ideologia diversa. Ma i libri non sono più dei manoscritti o dei dattiloscritti, ogni manoscritto o dattiloscritto una volta stampato da uno che era si trasforma in centinaia, in migliaia di copie. E per quanto grande sia l’incendio del nemico, - come ci insegna la storia anche recente – alcune di queste copie, nascoste chissà dove, dimenticate in qualche parte del mondo, riusciranno comunque a salvarsi. Ed a questo pensava Amos Oz quando a 8 anni voleva diventare un libro. Avrebbe così prolungato la sua vita esattamente come ha fatto l’amore filiale per mio fratello Gennaro. Con l’aiuto in particolar modo di Gigi e Raffaele Capano, dapprima Cordelia e quindi Elisabetta, le figlie di Gennaro Vitello ed Uta Rieger, hanno riportato in vita il loro padre con questo libro che ne raccoglie gli scritti e le foto, non un monumento retorico, ma l’essenza stessa, i pensieri di Gennaro. E questo atto encomiabile di amore filiale merita tutta la mia commossa riconoscenza e un caloroso applauso, cui sono certo vorrete unire anche il vostro. Grazie.
Durante un soggiorno a Parigi ho trascorso quasi un’intera giornata alla Sorbonne per assistere alla discussione d’una tesi di laurea. – Detto tra parentesi, alla Sorbonne la discussione di una tesi di laurea dura non meno di 4 ore, mentre quella d’una tesi di dottorato dura non meno del doppio, cioè 8 ore. – La tesi di laurea aveva un titolo che mi era sembrato stravagante: “Il libro e la vita, il libro ed il prolungamento della vita, il libro e l’immortalità”. In realtà, l’argomento trattato era la concezione della morte nelle opere letterarie di scrittori e filosofi francesi contemporanei, in un ventaglio che da Lacan, Sartre e Simone de Beauvoir si apriva fino a comprendere i “nouveaux phlosophes”. Il libro e la vita. Gennaro non so immaginarlo senza un libro. La sua esistenza senza libri è inconcepibile. Alla lettura si dedicò con passione, anzi direi con gusto, fin da quando era ragazzo. Un gusto che affinò col tempo. Fino a rifiutarsi categoricamente di leggere quanto riteneva vuoto, banale, scontato, ripetitivo. Presto si appassionò alla grande letteratura, ai classici della Grecia e a quelli latini, al romanzo dell’Ottocento francese, russo, inglese, per approdare ai grandi scrittori e poeti del Novecento. A quelli contemporanei, come Garcia Lorca, Hemingway, Dos Passos, Kafka, Pavese, Moravia, Calvino, La Capria, scodellaro, Sartre... Ricordo quando di questo scrittore acquistò fresco di stampa “Il muro”, una raccolta di racconti che lesse d’un fiato e ci fece leggere per poterne parlare con noi, discuterne, spiegarcene le innovazioni linguistiche e di contenuto. E così fece con tanti altri libri. Ne potrei compilare un elenco nutritissimo. Era abbonato alla “Fiera letteraria” diretta dal poeta Vincenzo Cardarelli; leggeva altre riviste, come “Il Mondo” di Pannunzio. Era aggiornatissimo sulle novità letterarie, opere che allora si definivano “engagées”, impegnate, attente cioè ai problemi sociali, ai grandi avvenimenti contemporanei, alla vita dell’uomo nella sua complessità, E mostrava un talento spiccato per l’analisi immediata quasi naturale del testo che leggeva e da cui si faceva fagocitare. Lo stesso talento che ha fatto di lui un regista pronto a cogliere l’essenza, a capire gli snodi narrativi e le modalità interpretative delle opere che dalla pagina scritta si sarebbero poi trasformate in linguaggio parlato, in gestualità, nelle varie espressività teatrali. Il suo teatro non poteva che nascere da un’opera profondamente, peculiarmente letteraria.
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Il libro e il prolungamento della vita. Ho letto recentemente “Una storia d’amore e di tenebra”, un romanzo, tra virgolette, autobiografico di Amoz Oz di poco più di 600 pagine, pubblicato nel settembre scorso dalla Feltrinelli. Amos Oz è uno scrittore israeliano di fama mondiale, I suoi libri sono pubblicati in 28 lingue. È uno dei promotori e dei firmatari, con intellettuali e politici “engagés” israeliani e palestinesi, del famoso piano di pace tra le due etnie firmato il 1° dicembre scorso ( 12 giorni fa) a Ginevra. Ebbene, nel suo ultimo libro che ho letto con grande interesse, un’autobiografia che parte dai bisnonni e abbraccia 120 anni di vita, egli ci confida cosa voleva diventare quando aveva 8 anni e frequentava una classe che corrisponde grosso modo alla nostra terza elementare. Di solito un ragazzo di quell’età sogna di diventare un grande campione sportivo, un eroe, un pilota o forse un pasticciere o qualcosa di simile. Amos Oz a 8 anni desiderava diventare un libro! Non scrivere un libro, ma DIVENTARE UN LIBRO. Amos Oz è nato nel 1939, a 8 anni siamo nel 1947. Mentre da noi in Italia nel 1947 siamo in piena ricostruzione post-bellica, in Palestina si è alla vigilia della creazione dello Stato d’Israele. Amos a 8 anni sa cos’ha alle sue spalle, perché l’ha appreso e l’apprende tutti i giorni dai suoi genitori, dai nonni, dai loro coetanei rifugiatisi in Palestina. Quel ragazzino di 8 anni sa del grande massacro degli ebrei consumatosi in Europa quando lui nasceva, sa della shoà, della deportazione e morte di 6 milioni di ebrei europei. E ora apprende, perché ne parlano gli adulti, che con la creazione dello Stato d’Israele e la partenza dei soldati inglesi dalla Terra Santa gli arabi sono pronti a massacrare tutti gli ebrei – un milione circa – che si sono rifugiati e installati sulle loro terre. E dunque non ha altro desiderio che DIVENTARE UN LIBRO. Per sopravvivere. Molto più di un monumento o di una lapide, di facile distruzione e spesso di significato limitato e retorico, trasformato in un libro lui può prolungare la sua vita di ragazzo, può continuare a vivere per anni, forse per sempre. Sì, anche i libri vengono talvolta distrutti, di solito incendiati da chi non tollera una cultura, un’ideologia diversa. Ma i libri non sono più dei manoscritti o dei dattiloscritti, ogni manoscritto o dattiloscritto una volta stampato da uno che era si trasforma in centinaia, in migliaia di copie. E per quanto grande sia l’incendio del nemico, - come ci insegna la storia anche recente – alcune di queste copie, nascoste chissà dove, dimenticate in qualche parte del mondo, riusciranno comunque a salvarsi. Ed a questo pensava Amos Oz quando a 8 anni voleva diventare un libro. Avrebbe così prolungato la sua vita esattamente come ha fatto l’amore filiale per mio fratello Gennaro. Con l’aiuto in particolar modo di Gigi e Raffaele Capano, dapprima Cordelia e quindi Elisabetta, le figlie di Gennaro Vitello ed Uta Rieger, hanno riportato in vita il loro padre con questo libro che ne raccoglie gli scritti e le foto, non un monumento retorico, ma l’essenza stessa, i pensieri di Gennaro. E questo atto encomiabile di amore filiale merita tutta la mia commossa riconoscenza e un caloroso applauso, cui sono certo vorrete unire anche il vostro. Grazie.
Umberto Vitiello



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